Il nome del Mostro: identità, nichilismo e morte in Monster
- ALCHILL Blog

- 3 giorni fa
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L’Ombra del Nome
Tutto ciò che siamo nasce dall’identità, e l’identità nasce, prima di ogni altra cosa, da un nome. È il nome che ci permette di riconoscerci nello specchio e di essere riconosciuti dagli altri; senza di esso, resterebbe solo una figura indistinta, qualcosa di umano ma non del tutto, un’ombra sospesa tra l’esistenza e il nulla. Ma cosa significa davvero essere un mostro, oggi? Non si tratta semplicemente di egoismo, di violenza o di sopraffazione. Essere un mostro significa non avere un’identità, non avere legami, non rispondere a regole o morali. Perché senza un nome non può esistere alcun legame reale: se non posso chiamare me stesso, come potrebbero gli altri nominarmi per creare una connessione? Eppure, a ben guardare, la vita stessa appare priva di un significato ultimo, con o senza nome: un cammino sospeso in un’eterna notte che non conduce a un’alba, ma soltanto all’oscurità della morte. Ambizione, amore, gioia, odio: tutto, alla fine, si spegne nello stesso identico modo. È da questo vuoto che nasce Johan, o meglio, è in questo vuoto che prende forma.

Il Mostro Invisibile
Johan, antagonista del manga Monster, è una delle figure più carismatiche e disturbanti del fumetto giapponese: un serial killer capace di uccidere non solo con veleni e armi da fuoco, ma soprattutto con le parole, spingendo gli altri a macchiarsi le mani per lui o addirittura a togliersi la vita. Johan è il Diavolo che offre il frutto proibito, concedendo alle sue vittime ciò che desiderano — o ciò che credono di desiderare — per poi lasciarle con un vuoto interiore identico al suo. La manipolazione è il suo linguaggio naturale, un’abilità così raffinata da risultare quasi soprannaturale, e non a caso Johan è una presenza che, persino all’interno del mondo di Monster, fatica a essere percepita come reale. Come si cattura qualcuno che sembra non esistere? Il detective Lunge, fino alla fine, preferisce negare l’esistenza stessa di Johan, trovandola troppo assurda per essere vera, arrivando persino ad accusare Tenma, il protagonista, e seminando il dubbio anche nel lettore. È proprio grazie a questa irrealtà che Monster riesce a essere uno dei thriller più efficaci di sempre: Johan non è solo un antagonista, ma un’ombra che avvolge e distrugge le vite di chiunque gli si avvicini.
Il Semenzaio del Male
A questo punto sorge inevitabile la domanda: mostri si nasce o si diventa? In passato si è spesso riflettuto su questo dilemma, come nel caso del Joker e della teoria della “brutta giornata”, secondo cui chiunque, sottoposto al trauma giusto, può precipitare nella follia o nella malvagità. Ma Johan sfugge a questa spiegazione. È vero che la sua infanzia è stata un incubo: orfano, senza nome, cresciuto nel famigerato 511 Kinderheim, un orfanotrofio in cui i bambini venivano sottoposti a esperimenti disumani e a un vero e proprio lavaggio del cervello. Eppure, anche in quel contesto, Johan si distingue. Fin da bambino mostra un carisma innato e una crudeltà surreale, qualcosa che non può essere spiegato solo con l’ambiente. Da qui nasce un dilemma inquietante: Johan è nato malvagio? L’idea che alcune persone possano nascere con una propensione al male è scomoda, ma non irrazionale. In natura esistono talenti innati: intelligenza superiore, forza fisica, sensibilità artistica. Perché dovrebbe essere impossibile nascere anche con un’attitudine al male? Tendiamo a considerare la cattiveria come qualcosa di puramente negativo, ma nella natura selvaggia saper uccidere senza rimorso è spesso una qualità necessaria alla sopravvivenza. Anche nella società moderna ci raccontiamo che essere buoni sia sempre la scelta migliore, ed è vero: se tutti fossimo crudeli ed egoisti, il sistema collasserebbe in poche settimane. Ma per il singolo individuo, essere buono conviene davvero? La realtà sembra suggerire il contrario. Politici, grandi imprenditori, leader religiosi e figure di potere raramente incarnano ciò che definiremmo “brave persone”, eppure sono spesso coloro che prosperano di più. Johan sembra incarnare questa verità scomoda: il mostro era già dentro di lui, come un seme oscuro, e il contesto in cui è cresciuto non ha fatto altro che permettergli di germogliare.

Legami di Luce e Ombra
Johan è anche un nichilista radicale, uno di quei personaggi che riconoscono l’assenza di senso nella vita e reagiscono di conseguenza. Come Thanos, Ulquiorra o Orochimaru, Johan trova nella morte la sua risposta definitiva all’esistenza. La sua frase più iconica — “L’unica cosa in cui gli umani sono uguali è la morte” — non è solo una provocazione, ma la sintesi del suo pensiero e del tema centrale di Monster: quanto vale una vita? Esistono vite che valgono più di altre? Ogni personaggio della storia offre la propria risposta, ma quella di Johan è la più spietata: la vita non vale nulla, ed è per questo che può essere tolta con tanta facilità. Il suo nichilismo è totale e privo di ideologia: Johan non combatte per una causa politica o sociale, nonostante vari gruppi estremisti tentino di sfruttarne il carisma. Il suo fine è uno solo: la morte, persino la propria. Questo lo rende il perfetto opposto di Tenma, il medico che da bambino gli salvò la vita sacrificando carriera e status. Johan e Tenma sono due facce della stessa medaglia, riflessi l’uno dell’altro: Gesù Cristo e il Diavolo. Tenma cammina tra gli ultimi, crea legami, cura, aiuta, e proprio questi legami si riveleranno fondamentali nel finale della storia. Johan, al contrario, distrugge il passato e usa le persone come pedine in un gioco senza vincitori. Anche l’aspetto fisico sottolinea questa opposizione: Johan è sempre elegante, immacolato, quasi angelico; Tenma, col passare del tempo, diventa trasandato, sporco, consumato dalla fuga e dal peso delle sue scelte. Johan seduce con parole dolci e vuote, Tenma parla attraverso le azioni, l’unica cosa che non può mentire. L’unico vero legame di Johan resta quello con la sorella Nina, l’ultimo filo che lo tiene ancorato al mondo e alla luce. Non è chiaro se Johan voglia proteggerla, corromperla o distruggerla; forse Nina è semplicemente uno specchio in cui Johan vede ciò che non è, una possibilità di salvezza che non riesce né ad abbracciare né a eliminare. Questo legame lo indebolisce, confonde i suoi piani perfetti e crea uno stallo tragico: Nina potrebbe salvarlo, Johan potrebbe trascinarla nell’abisso, e proprio questa tensione irrisolta rende il loro rapporto uno dei più disturbanti del manga. Per il resto, Johan non ha legami autentici: quelli che crea sono maschere, personalità fittizie, strumenti da distruggere una volta esaurita la loro utilità. Distruggere i legami, distruggere il passato, distruggere gli altri: è questo che fa un mostro. Anzi, il Mostro. Non sorprende quindi che Johan sia considerato uno dei villain più iconici di sempre, meritando un posto di rilievo anche tra i migliori antagonisti del manga. Parlare di lui mette a disagio perché Urasawa non ha creato un semplice personaggio, ma qualcosa di pericolosamente vicino a una persona reale. Johan è il Mostro definitivo, e la cosa più inquietante è che non vive solo tra le pagine di Monster: è sempre in agguato. E ha fame!
Se vuoi approfondire questa analisi con esempi, contesto storico e lettura simbolica completa, nel video dedicato a Monster sul canale ALCHILL il discorso viene sviluppato in modo ancora più articolato: JOHAN LIEBERT: Il Mostro di Monster
BEYOND ALL!
Di Urasawa ho sempre preferito Billy Bat
Praticamente Grifis di Berserk o Ryo Asuka di Devilman (chissà perché poi so tutti o biondi o coi capelli chiari comunque 😆)
Uno dei personaggi più terrificanti della storia dei manga moderni